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Stefano Turi: A volte dimentico di scrivere i titoli
Postato alle 22:50&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 17 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 copertina

 

 

Nocturna
 
resterà una ruga, che so
una medaglia da offrire
quando tutti o quasi
tutti pronti a scappare tu vieni
a dirmi ma che ne sai dell'urlo del tempo
-che ne sai. Adesso corri, senza
farti pregare!
Arrampicati maniglie dislessiche la
castità di un portone, i padri a seguire
le madri in noncuranza di fiori e tu che ne sai
dei singhiozzi del mare,
di un temporale -che ne sai.
Da qualche parte c'è vita dicono
dei girasoli che non passeggiate di gambe
possibili solo torsioni
del cuore. L'importante è non
lasciarsi inseguire e su
e giù per i treni
catatonici le grandi città
sbirciate in scampo
al dormiveglia e che te ne fai
di un finestrino appannato,
di un sogno schiacciato -guardami bene
che te ne fai
di una giacca stirata il silenzio
si riconosce dall'abito buono.

Se questo mondo vuole andare
a dormire -dimmi
tu che ne sai.
 
Lacrima di riso in salsa jazz
 
coriandoli d'erba e un percorso
impreciso verso il quale scagliarsi:
destino di nuvola ai tuoi piedi
piove
forse fuori
piove il cielo si capovolge in assenza
di gravità e questa notte
avrà comodini non abbastanza
sicuri a sorreggere
palpitazioni

ma non è tempo -ancora
come vedi
non c'è spazio tra le matite
colorate dimettono sogni
in avanzo
di pasto dall'infanzia
e ricordo ben poco
delle fotografie o degli arcobaleni promettendoci
quante speranze affusolate in una
stretta di mano
in un bacio
un addio -ecco
sto parlando di te

nebbia che bevi pensieri
che hai trascinandoci collo spezzato il mento
già prenotato tra i palmi -ad ogni modo
ciascuno nel proprio maglione
di freddo e l'inverno l'inverno
a scucire
cicatrici di sole e indolenza
per i calendari

..non avessimo regole
da rispettare..

tra le foglie
blaterate dal vento
ti sorrido con gli occhi
l'ovvietà di un arrivo

E se questo fosse addio

 
sporco venerdì di fine
marzo e caramelle d'anima
scartate in corse
d'autobus serali,
masticando senza
mete probabili ma coerenti
nell'isterico ripetersi
capolinea/un posto
altrove

da queste parti nuvola
sputa nuvola e smista briciole
di cielo nelle tasche
di tabacco troppo
secco da rollare tra le
circa dieci
quasi mie
dita
inesistenti

beh -se questo fosse
addio, certamente lo direi
che non somiglia ai funerali
mascherati, poesie calpestate
da copioni per salotti
tra scrittori appena
nati purtroppo
ancora
forse troppo
vergini

e ti direi
che se fosse acrobazia ingravidare
di luna
questo cielo, ti porterei
indisturbato una bottiglia
collaudata sull' abisso
dei miei titoli
di coda che chiudendo
nel crepuscolo asfissiante
di un inverno hanno presto
imparato
a balbettare la parola
fine.
 
 
http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=133994
 

 

Presentandoti un io qualunque
 
Dentro queste stanze, si versano parole liquide da bere, come un invito all’ascolto, un’esortazione a guardare ciò che va oltre il solito scenario delle cose. L’autore è costretto dentro l’improbabilità di sapersi integro dentro questo frantumarsi di vita attorno che arriva a frammentargli il verso, in un’aberrazione che - a tratti lacerante - gli cerca uno spazio, quasi gridando.
 
In questa dimensione la sua poesia è urlo isolato, soffocato dentro pareti poco adatte a contenerne il peso: come fossero la casa di cartone di un clochard che vive funambolando la chimera di una libertà assoluta. Felice solo di esistere.
Un urlo di incondizionata preghiera di ascolto e comprensione, gridato dentro monologanti parole colloquiali, che lo isolano dal frastuono qualunquista della quotidianità.
Un urlo accartocciato dentro condizionali speranze di pace, con le quali “il nulla avrebbe di certo / scatole decenti / in cui poterci ospitare”, e che si scontra con lo stereotipo materiale della vita, aggravandogli il passo di un peso tanto più grande delle proprie forze, da invitarlo ad arrendersi.
Una resa come una sedia sulla quale riposare l’affanno di questa impotenza svilita. Disperando un qualche conforto dal cielo. 
 
La sua poesia è un treno che percorre traiettorie senza una destinazione definibile, un viaggio col solo bagaglio dei propri pensieri, su binari che vanno verso quel posto in cui finalmente trovarsi.
I finestrini sono lo specchio degli occhi, dove la vita scorre insieme a paesaggi e persone sempre diversi, vagoni come contenitori di anime che cercano soste fuori dal respiro viziato dei propri anni. Fermate e stazioni che sono il corpo di una frammentazione del verso che diventa gocciolante nelle chiuse, parole sospirate da un fiato corto e stanco che vorrebbe solo rifiatare la corsa, per poi riprendere il viaggio.
Un viaggio che è la vita, quindi, a te che leggi, “a te che affoghi gli occhi / cercando una ragione”, “siediti - sul crinale di queste parole”, ed ascolta quest’uomo.
 
 
di Francesca Pellegrino

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