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Postato alle 10:31&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 15 luglio 2009
da: [
Emmeleia]

(Ensemble Terra d'Otranto)
IL MONTESARDO festival internazionale di musica antica - X edizione
Tema della X edizione Barocco e Neobarocco
Ente organizzatore Regione Puglia e Città di Alessano
Direzione Artistica Doriano Longo
28 luglio - 1 agosto NEOBAROCCO
24 agosto - 5 settembre BAROCCO
NEOBAROCCO Palazzo Legari, Alessano ore 20.30
28 Luglio - IL VALZER DI VITTORINO
Pièce teatrale di Abele Longo e Roberto Russo
Regia: Ippolito Chiarello
Voci recitanti: Ippolito Chiarello, Nadia Esposito
Musiche a cura di Cosimo Leuzzi (clarinetto) e Rocco Nigro (fisarmonica)
29 Luglio - SCIROCCO
reading/concerto su poesie di
Abele Longo, Francesca Pellegrino,
Carmine Vitale
Reading degli autori
Musiche a cura di Rocco De Santis (chitarra) e Doriano Longo (violino)
1 agosto - ALLO SCIROCCO SI FA IL CALLO
La poesia di Francesca Pellegrino
Reading dell’autrice
Musiche a cura di Rocco Nigro (fisarmonica)
BAROCCO
24 Agosto - Chiesa di S. Antonio, Alessano ore 20.30
Lieti Giorni di Napoli - op. XI di Girolamo Melcarne “Il Montesardo”
prima esecuzione assoluta in tempi moderni
ENSEMBLE TERRA d’OTRANTO
Alberto Allegrezza (voce, flauto a becco), Francesca Santi (soprano)
Doriano Longo (violino barocco, concertazione e direzione) Luca Tarantino (chitarra spagnola), Pierluigi Ostuni (tiorba), Michele Visaggi (cembalo)
25-27 agosto - Palazzo Legari, Alessano
Le opere per cembalo di Händel
Master class di cembalo - docente EGON MIHAJLOVIC
26 Agosto - Chiesa di S. Antonio, Alessano ore 20.30
Omaggio a Händel nel 250° anniversario della morte
EGON MIHAJLOVIC cembalo
28 agosto - Chiesa di S. Antonio, Alessano ore 20.30
Giovanni Paisiello - Dodici Capricci e Rondò
prima esecuzione assoluta in tempi moderni
Cembalo - Egon Mihajlovic
Violino barocco - Doriano Longo
Concerto offerto dall’Istituto Internazionale “Musica Antiqua Perast” (Montenegro)
30 Agosto - Chiesa Madre, Montesardo ore 20.30
Movere et Delectare - Concerti in stile italiano
Ensemble del festival
direttore: Jerome Correas
31 agosto - 5 Settembre
Concerti, Corsi e seminari
a cura dei docenti del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio di Lecce
Postato alle 09:38&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 01 luglio 2009
da: [
Emmeleia]

Rossetto
In guerra le donne mettono il rosso
tubetto rotante scarlatto e carminio
non in memoria del sangue versato
ma come segno del cuore che batte.
Il cremisi colore dei poeti
zittiti perché contro la tortura,
il vermiglione colore dell’arte
che resiste anche quando confinata,
il ciliegia che sconfigge le bombe
i cecchini sulle file del pane,
e il rubino di ragazze che ballano
il tango tra le braccia della morte.
Stando alla fotografa Jenny Matthews, le donne usavano rossetti dai colori vivaci durante i conflitti in Bosnia e in Afghanistan. La rivista Max conferma che lo stesso succedeva ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Traduzione di Abele Longo
Lipstick
In war time women turn to red
swivel-up scarlet and carmine
not in solidarity with spilt blood
but as a badge of beating hearts.
This crimson is the shade of poets
silenced for speaking against torture,
this vermillion is art
surviving solitary confinement,
this cerise defies the falling bombs
the snipers taking aim at bread-queues,
this ruby’s the resilience of girls
who tango in the pale-lipped face of death.
Pubblicato nel 2007 da Greenwich Exchange, Lipstick, raccoglie molte delle poesie di Maggie Butt apparse precedentemente in antologie e proposte in diversi programmi culturali di BBC Radio 4. Maggie è tornata alla poesia dopo aver lavorato per molti anni per la BBC come giornalista e produttrice di documentari. E’ attualmente a capo del dipartimento di Media and Creative Writing della Middlesex University di Londra.
Postato alle 19:27&! nbsp;di& nbsp;venerdì, 26 giugno 2009
da: [
Emmeleia]

E' MORTO MARIO VERDONE ALL'ETA' DI 91 ANNI.
Eusebio Ciccotti: "Con Mario Verdone se ne va un grande uomo. E il Novecento è finito davvero" .
Oggi 26 giugno alle ore 16 veniva a mancare a Roma, Mario Verdone, padre di Carlo Verdone. Eminente studioso del Novecento, poeta, drammaturgo e scrittore. Ho chiesto a caldo ad Eusebio Ciccotti, allievo, assistente e amico di Mario Verdone dal 1980, curatore di alcune sue opere e di un recente Omaggio a Mario Verdone (Longo, Ravenna) presentato in questo blog, un ricordo del suo maestro:
Eusebio Ciccotti : "Sono molto addolorato, l'ho sentito cinque giorni fa dalla clinica. Mi ha detto: 'Non è una cosa bruttissima ma neanche bella. Ti saluto con affetto, Eusebio' . E io di rimando: 'Ti aspetto a casa'.
Abele Longo: Quale è stato il ruolo di Mario Verdone negli studi del cinema e dello spettacolo nel '900?
E.C.: Centrale. Studioso di tutte le arti, era amico di René Clair, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Manoel De Oliveira e tanti altri registi. E' stato un vero studioso comparatista, prima che la comparatistica venisse insegnata nelle univeristà. Sapeva collegare magistralmente le diverse arti sia a livello storico e stilistico che teorico.
A. L.: Credi che la sua opera sia ancora da studiare a fondo?
E.C. Sicuramente su Mario Verodne, nei prossimi anni ci saranno studi, tesi, libri e convegni, Molto è ancora da studiare della sua opera saggistica e creativa. Con la scomparsa di Mario Verdone finisce veramente il Novecento. Manoel de Oliveria lo ha definito un "fine studioso".
Abele Longo
Londra-Roma, 26 giugno 2009, ore 19.00
Ciao Mario.
Postato alle 22:50&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 17 giugno 2009
da: [
Emmeleia]

Nocturna
resterà una ruga, che so
una medaglia da offrire
quando tutti o quasi
tutti pronti a scappare tu vieni
a dirmi ma che ne sai dell'urlo del tempo
-che ne sai. Adesso corri, senza
farti pregare!
Arrampicati maniglie dislessiche la
castità di un portone, i padri a seguire
le madri in noncuranza di fiori e tu che ne sai
dei singhiozzi del mare,
di un temporale -che ne sai.
Da qualche parte c'è vita dicono
dei girasoli che non passeggiate di gambe
possibili solo torsioni
del cuore. L'importante è non
lasciarsi inseguire e su
e giù per i treni
catatonici le grandi città
sbirciate in scampo
al dormiveglia e che te ne fai
di un finestrino appannato,
di un sogno schiacciato -guardami bene
che te ne fai
di una giacca stirata il silenzio
si riconosce dall'abito buono.
Se questo mondo vuole andare
a dormire -dimmi
tu che ne sai.
Lacrima di riso in salsa jazz
coriandoli d'erba e un percorso
impreciso verso il quale scagliarsi:
destino di nuvola ai tuoi piedi
piove
forse fuori
piove il cielo si capovolge in assenza
di gravità e questa notte
avrà comodini non abbastanza
sicuri a sorreggere
palpitazioni
ma non è tempo -ancora
come vedi
non c'è spazio tra le matite
colorate dimettono sogni
in avanzo
di pasto dall'infanzia
e ricordo ben poco
delle fotografie o degli arcobaleni promettendoci
quante speranze affusolate in una
stretta di mano
in un bacio
un addio -ecco
sto parlando di te
nebbia che bevi pensieri
che hai trascinandoci collo spezzato il mento
già prenotato tra i palmi -ad ogni modo
ciascuno nel proprio maglione
di freddo e l'inverno l'inverno
a scucire
cicatrici di sole e indolenza
per i calendari
..non avessimo regole
da rispettare..
tra le foglie
blaterate dal vento
ti sorrido con gli occhi
l'ovvietà di un arrivo
sporco venerdì di fine
marzo e caramelle d'anima
scartate in corse
d'autobus serali,
masticando senza
mete probabili ma coerenti
nell'isterico ripetersi
capolinea/un posto
altrove
da queste parti nuvola
sputa nuvola e smista briciole
di cielo nelle tasche
di tabacco troppo
secco da rollare tra le
circa dieci
quasi mie
dita
inesistenti
beh -se questo fosse
addio, certamente lo direi
che non somiglia ai funerali
mascherati, poesie calpestate
da copioni per salotti
tra scrittori appena
nati purtroppo
ancora
forse troppo
vergini
e ti direi
che se fosse acrobazia ingravidare
di luna
questo cielo, ti porterei
indisturbato una bottiglia
collaudata sull' abisso
dei miei titoli
di coda che chiudendo
nel crepuscolo asfissiante
di un inverno hanno presto
imparato
a balbettare la parola
fine.

Presentandoti un io qualunque
Dentro queste stanze, si versano parole liquide da bere, come un invito all’ascolto, un’esortazione a guardare ciò che va oltre il solito scenario delle cose. L’autore è costretto dentro l’improbabilità di sapersi integro dentro questo frantumarsi di vita attorno che arriva a frammentargli il verso, in un’aberrazione che - a tratti lacerante - gli cerca uno spazio, quasi gridando.
In questa dimensione la sua poesia è urlo isolato, soffocato dentro pareti poco adatte a contenerne il peso: come fossero la casa di cartone di un clochard che vive funambolando la chimera di una libertà assoluta. Felice solo di esistere.
Un urlo di incondizionata preghiera di ascolto e comprensione, gridato dentro monologanti parole colloquiali, che lo isolano dal frastuono qualunquista della quotidianità.
Un urlo accartocciato dentro condizionali speranze di pace, con le quali “il nulla avrebbe di certo / scatole decenti / in cui poterci ospitare”, e che si scontra con lo stereotipo materiale della vita, aggravandogli il passo di un peso tanto più grande delle proprie forze, da invitarlo ad arrendersi.
Una resa come una sedia sulla quale riposare l’affanno di questa impotenza svilita. Disperando un qualche conforto dal cielo.
La sua poesia è un treno che percorre traiettorie senza una destinazione definibile, un viaggio col solo bagaglio dei propri pensieri, su binari che vanno verso quel posto in cui finalmente trovarsi.
I finestrini sono lo specchio degli occhi, dove la vita scorre insieme a paesaggi e persone sempre diversi, vagoni come contenitori di anime che cercano soste fuori dal respiro viziato dei propri anni. Fermate e stazioni che sono il corpo di una frammentazione del verso che diventa gocciolante nelle chiuse, parole sospirate da un fiato corto e stanco che vorrebbe solo rifiatare la corsa, per poi riprendere il viaggio.
Un viaggio che è la vita, quindi, a te che leggi, “a te che affoghi gli occhi / cercando una ragione”, “siediti - sul crinale di queste parole”, ed ascolta quest’uomo.
di Francesca Pellegrino
Postato alle 17:05&! nbsp;di& nbsp;martedì, 16 giugno 2009
da: [
Emmeleia]

pierpaolo non posso
stasera scrivere di te
ora devo dire
dei clandestini che affondano nel mare
commercio disumano
vite-mercescaduta scempio
genti condannate a non esistere
dall’abisso divorante di sabbia ed acqua
ma più abissale ancora
in questo tempo
di sviluppo tecnologico globale
la contraddizione
che uniti vede gli aggettivi
global e diseredato
che opposti vede i sostantivi
libertà e perduto
la morte non è sempre assassina
un angelo protegge i senzavolto
affondano nel mare clandestini
ma diseredati alla coscienza
tornano seppur sconfitti
la storia è loro
Rosaria Di Donato, da Lustrante d’acqua, Genesi Editrice 2008
Postato alle 06:11&! nbsp;di& nbsp;martedì, 16 giugno 2009
da: [
Emmeleia]
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
Postato alle 01:16&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 11 giugno 2009
da: [
Emmeleia]

Se morissi laggiù al fronte dell’armata
Tu piangeresti un giorno oh Lou mia beneamata
E poi il ricordo di me si spegnerebbe come muore
Una granata che esplode sul fronte dell’armata
Una bella granata simile alle mimose in fiore
E poi quel ricordo esploso nello spazio
Coprirebbe del mio sangue il mondo intero
Il mare i monti le valli e la stella che passa
Mentre i meravigliosi soli maturerebbero nello spazio
Come fanno i frutti d’oro intorno a Baratier
Dimenticato ricordo vivente in ogni cosa
Arrossirei la punta dei tuoi graziosi seni rosa
Arrossirei la bocca e i tuoi insanguinati capelli
Tu non invecchieresti affatto tutte queste belle cose
Ringiovanirebbero sempre grazie ai loro amorosi destini
Il fatale spruzzo del mio sangue sul mondo
Darebbe al sole più viva lucentezza
Ai fiori più colore più velocità all’onda
Un amore inaudito scenderebbe sul mondo
L’amante sarebbe più forte nel tuo corpo allargato
Lou se muoio laggiù ricordo che si oblia
-Ricordatene a volte nei momenti di follia
Di giovinezza d’amore e di scintillante ardore –
Il mio sangue è la fontana ardente della felicità
E sia la più felice essendo la più bella
O mio unico amore e mia grande follia
30 gennaio 1915
Guillaume Apollinaire, Gli amori (Mondadori)
Postato alle 09:01&! nbsp;di& nbsp;martedì, 09 giugno 2009
da: [
Emmeleia]

Non ho lucori
in vita
se non ariosi gesti
in cui rischiare
l’asfissia
e solo
vango
zolla a zolla
le stasi
a delinquere
degli immoti spazi
Poco più che altero
vago
vacuo
per chiavi ignave
senza dare fiato
al vento
e il tempo schiuma
l’ombra violata
del limo
in cui condursi
al fondo
Cedo al fumo
la traccia che si dissolve
senza aspirare al fuoco
e vengo
al vano
che rigenera
l’ignoto
Non ho un credo
in cui svilire
il dogma
se non l’atto inconcluso
di un canto tarpato
e ancora
sogno
metro a metro
il perpetuo moto
in cui sfrangiare
il luogo
Poco più che austero
dipingo l’iniquo
per grovigli di piani
e la linea madre
si maschera
nella follia
dell’inespresso
Sento il suono
del segno
inciso
ferro a ferro
sull’andirivieni
del corpo
che s’apre
al livore obliquo
della rassegnazione
e invoco l’alba
per attendermi
sulla soglia
e consegnarmi
al pasto dell’incomprensione
Postato alle 22:01&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 04 giugno 2009
da: [
Emmeleia]

(Angelo Maggi)
Vita
Se indaghi, in me,
l’uomo che sono
non dare peso alle parole;
non leggere la storia stinta
d’appuntamenti straziati;
non cedere alle crudezze
della voce…
quando l’ultimo fumo
dell’ennesima sigaretta
sarà svanito nei tuoi occhi,
scavalcando i desideri dell’anima,
gratta via la crosta adulta
cerca il bambino,
i suoi progetti d’allegria,
…cerca l’innocenza
che non hai potuto inquinare.
Poeta laureato
Sapienza tecnica,
nella versificazione dell’anima,
calibrato ritmo di variazioni:
sequenza di quinario – sinopia
di alessandrino – endecasillabo ipometro.
Ma le discese, devastanti, nell’inferno
dei vivi? E i feticci di carne degli schermi
televisivi? E le anime dolenti, di monotoni
ipermercati? E tu, i tuoi sentimenti, gli
appuntamenti mancati?
Nel bello scrivere, certo,
il cilestrino ha maggior fascino
dell’azzurro pallido ma, forse, la centrifuga
del sentimento si dirozza nel beat, si
graffia nel jazz e nel sorriso di bambino
d’un poeta naif.
Sul foglio del mare
Sul foglio del mare, il vento scrive
un racconto di virgole candide,
l’occhio disegna emozioni composte
e sono disteso presso il prodigo sole.
E’ giunto
il tempo di rompere i sigilli,
non respira, la rena
di frammenti di quarzo.
Non ti penso, invento
luoghi e situazioni ma
sento su di me, vago
il peso della tua assenza.
Sullo spartito del mare, il vento scrive
argentei suoni bizzarri, e
ti penso splendente, fra le mie braccia,
nell’abbandono di desideri appagati.
Nostalgia
Scorre il tempo,
azionando una noria
crudele che versa
illusioni seriche in
lobi epilettici.
…e nasce un germoglio
gelido dal nucleo
inerme dell’anima,
dove modiglioni ossidati
perdono memoria
dell’abbraccio
dell’ultimo roseto.

Dalla prefazione di Flavia Weisighizzi:
Pareidolia. Piccole immagini fioriscono all’interno di queste pagine, immagini reali o mentali che si alternano, andando a costruire un album di ricordi frammentari e limpidissimi, vividi nella loro lucente bellezza. La poesia di Stefano Giorgio Ricci nasce in questo contesto, che richiama alla memoria, almeno nell’intenzione, gli Idilli di leopardiana matrice, in questa atmosfera intellettuale che si muove nello spazio del ricordo. E il ricordo è in effetti uno dei momenti chiave di questa poesia, il ricordo che diventa strumento necessario per approcciarsi alla
realtà. Ed è necessaria e richiesta dallo stesso autore la partecipazione emotiva, l’interpretazione della realtà rivissuta attraverso il suo ricordo, perché con il termine Pareidolia l’autore si riferisce direttamente a tutte quelle immagini che i nostri occhi credono di vedere. Che sia il volto di donna su Marte, il coniglio sulla Luna, o il demone delle Torri Gemelle, quel che conta è l’interazione tra il mondo esterno ed il nostro cervello. O, in altre parole, l’illusione. E l’amore è forse la prima di queste illusioni, quella di amare, ma anche quella di essere amati e di poter sconfiggere, attraverso l’amore, la più terribile delle paure: la solitudine.
Postato alle 10:04&! nbsp;di& nbsp;martedì, 02 giugno 2009
da: [
Emmeleia]
(Vincenzo Ciardo)
Me vaite ind’a nu fiàure de carte
forte e coloròte.
Stoche chiandòte ind’a la tìerre
‘nanze a la tòmbe d’attaneme
ca se sté a pisciò sòtte da re resòte.
L’addemanne: “peccè stè a réire?”
ed idde la spicce subete.
Senza parlò vogghje sdradecamme e scappò
ma m’arrecùorde ca nan’ pùozze.
U terrene me mange a picche a picche
la paghiure me pigghje ma
pe fertìune m’arrecùorde d’esse nu fiàure de carte
e nan’ pozze meréje.
Mò capisce re resòte d’attàneme.
[Mi ritrovo in un fiore di carta / forte e colorato. // Sono piantato nella terra / davanti alla tomba di mio padre / che si sta scompisciando dalle risate. // Gli domando: ”perché ridi?” / e lui smette immediatamente. // Senza parlare vorrei sradicarmi e scappare / ma mi accorgo che non posso. // Il terreno mi ingoia a poco a poco / il terrore mi assale ma / per fortuna ricordo di essere un fiore di carta / e non posso morire. // Ora capisco le risate di mio padre.]
*
La parola giùste è stetò.
Nesciùne ‘ngéine ind’ u cile è stòte ‘nvendòte
la prove è la cadìute irresistìbile de l’angele
ca’ cadene ‘ndìerre cume chelumere sfatte.
R’illussiòne s’allundànene sembe de cchjue
nan’ ne remone ‘ca la finta resòte
metténne la tavue estive, addò ‘nu ‘bbune piatte
de gronegréis-patòne-e-cùozze
spénge abbasce u ‘muzzeche amòre du delàure.
[Il verbo giusto è spegnere.
Nessun gancio nel cielo è stato inventato / la riprova è la caduta irrefrenabile degli angeli / che si schiantano a terra come fioroni sfatti. // Le chimere si allontanano sempre più / non ci rimane che la finta allegria / apparecchiando la mensa estiva, dove il magnifico piatto / di riso-patate-e-cozze / spinge giù l’amaro boccone del dolore.]
*
Nan’ so abetuòte a lavamme assè.
U addàure naturòle ca tenghe ‘ngùdde
è cume u addàure de la scorze de pòne
tanne tanne sfernòte da Masìne-u-fernòre.
Mò, ste a vìue
adenò re meddèiche da sàupe a la tevagghje
assapràmme a picche a picche
pe vedàje chere ca sò e chere ca so stòte
senza dèisce na paròle
senza dèisce proprie nùdde.
[Non sono abituato a lavarmi molto.
L’odore naturale che ho addosso / è come l’odore della crosta di pane / allora per allora sfornato da Masino il fornaio. // Ora sta a voi / raccogliere le briciole dalla tovaglia / assaggiarmi a poco a poco / per scoprire quello che sono e quello che sono stato // senza dire una parola / senza dire proprio niente.]
*
So prevòte a salvò pizze de munne
mettìennue ind’ a chire scequarìdde
fatte cume re padde de vitre
chere ca quanne l’aggire e vulte
asciènne la nàive.
Tutte so prevòte a salvò
nan’ velaje allassò proprie nudde.
Pigghje da dò… pigghje da dà…
e u munne se ne venaje a pizz’ pizz’
ch’ere ‘na bellìezze.
U paèise meje è stote u cchjù difficile da salvò
specialmìende da re vanne a do àvete eje…
cume se dèisce… ‘do ‘bbasce… au Sud!
Dà, la gente nan’ velaje
ca teccuàje proprie nudde
quòse quòse me ne sciàje careche de mazzòte.
So penzòte…
nan’ sacce peccè, ma niue, ‘ddo ‘bbasce
òmme decise de cambò acchessì mòle
anche quanne u Segnore n’è dote l’opportunetò
d’esse espùoste ind’u Paravèise
tenute cume le gingille, cume re d’aure.
[Ho provato a salvare pezzi di mondo / mettendolo in quei giocattoli / a forma di palle di vetro / quelle che quando le rivolti / scende la neve. // Tutto ho provato a salvare / non volevo lasciare proprio niente. // Prendi di qua…prendi di là… / e il mondo si staccava a pezzi a pezzi / ch’era uno splendore. // Il mio paese è stato il più difficile da salvare / specialmente dalle parti dove abito io… / come si dice …qui giù…al Sud! // Lì, la gente non voleva / che toccassi proprio niente / quasi quasi me ne andavo carico di botte. // Ho pensato… non so perché, ma noi, qua giù / abbiamo deciso di vivere così male / anche quando il Signore ci ha dato l’opportunità / di essere esposti in Paradiso / tenuti come gingilli, come oro.]
*
Quànne code la nàive
arrevuògghje tòtte re percuarèje du munne.
Sole re làpede de le vicchje
ìessene da u mante
a testimùonie de chere ca petai ìesse
e nan’ è me stòte.
E’ mègghje ca la nàive
pigghje u sopavvìnde
fin’ad arrevegghjò totte
re quindòle e quindòle de carne sfàtte.
[Quando cade la neve / copre tutte le porcherie del mondo. // Solo le lapidi degli avi / affiorano dal manto / a testimoniare quello che poteva essere / e non è mai stato. // E’ meglio che la neve / prenda il sopravvento / fino a coprire tutti / i quintali e quintali di carne sfatta.]
Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e Martìdde. Questo e quell’altro, prefazione di Luigi Metropoli, nota critica di Francesco Marotta, Roma, Giulio Perrone Editore – Divisione LAB, collana “Uranò”, 2009.
________________________________________________________
Note
Il dialetto è quello parlato a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari.
Il titolo tretippe e martidde è un modo di dire locale pressoché intraducibile, una sorta di onomatopea, un rullo di tamburo, come per dire …questo e quest’altro.
Note per la lettura
La e senza accento si legge alla francese cioè muta.
La è con l’accento si legge così com’è.
Il dittongo ìe si legge così com’è.
________________________________________________________
Capita sempre più raramente di leggere testi di questo spessore, capaci di ingenerare a ogni approccio un coinvolgimento emotivo e intellettuale tanto profondo e "radicale".
La capacità, che emerge dirompente in alcune liriche, di ricreare, attraverso l'utilizzo in chiave antiretorica del lessico delle radici, una "lingua bambina" in grado di ri-definire, ri-plasmandoli,
i lineamenti delle cose, è la nota più evidente di questa scrittura oltremodo affascinante.
In essa, infatti, la “lingua-madre” delle radici, più che cristallizzare le immagini per preservarsi in forma di icona, le anima di un movimento vorticoso nel quale sembra ad ogni istante dissolversi, ma dal quale emerge, a barlumi, il volto albeggiante di tutto ciò "ca petai ìesse". In queste liriche brilla, intensamente, l'epifania di un mondo fermato dallo sguardo nel suo non-ancora, prima di essere parte del reale che illumina con la sua stessa assenza, con la memoria di quanto fu negato: il "miracolo" della poesia: quando accade.
Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell'ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a precostituire, in funzione "soterica", un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante. E’ una lingua, quindi, che cerca il "contrasto" per crearsi spazi di esistenza autonomi, e che dal contrasto (ad esempio con gli "inserti" di una lingua omologante, letteraria o quotidiana che sia) esce rafforzata, vitale nella sua convinzione di poter dare volto all'inespresso - perché non ancora -, o all'inesprimibile - perché già stato o mai stato -.
Francesco Marotta
Postato alle 19:13&! nbsp;di& nbsp;sabato, 30 maggio 2009
da: [
Emmeleia]
Maggio 30, 2009 by francescomarotta
____
__________________________
Abele Longo, La linea, 2009
______________________________
un grazie grande grande a Francesco Marotta.
Postato alle 17:22&! nbsp;di& nbsp;martedì, 12 maggio 2009
da: [
Emmeleia]

(Tina Modotti)
Salsedine
Non temo il pianto
in un velo di ruvida salsedine
tra ciglia e cime annodate
d’un marinaio senza stelle.
Nelle vele rigonfie
d’una infruttuosa giornata di pesca
coltivo le parole
degli spasmi e delle spire
d’un polipo sbattuto
fresco di mare e nervatura caparbia
in un morso di vita.
Scirocco
Qui non arriva neve a piovere sul mare
l’acqua affoga le radici,
il sale insaporisce la salivazione.
In un sorso mezzo vuoto
sciolgo i sensi alla ragione:
non scorre più il sangue,
anch’esso s’aggruma al sole.
Nuda nei miei passi
solo scirocco tra i capelli.
La cutrettola
Dischiuse le palme dissetino l'arsura,
non c'è risveglio più dolce
che nella brina tra le foglie.
Rimango all'ombra del glicine a fissare
l'arcobaleno che fiorisce tra le dita.
E' una coppa frizzantina
l'offerta dell'incanto
nel cinguettìo dell'alba a primavera.
Fresas de Abril
Oltre i no e forse o però
rinchiusi nelle parentesi sui fianchi del sogno
l’amore ci guida entro fenditure d’oblìo
al richiamo stridulo d’un gabbiano
d’un inverno che non lascia il passo
al tiepido tempo d'un noi
- carnoso frutto e fiore -
nel piumaggio d’un pettirosso infreddolito
si raccoglie il cinguettìo della gola degli amanti
nel bacio rubato alle fragole d’aprile.

La solitudine è per me un angolo di pace, mi piace chiudermi nel guscio del silenzio e coltivare pensieri e sogni senza doverli per forza condividere con i rumori del giorno. Che poi la solitudine non è mai assoluta, poesia e scrittura ne annullano in parte quel senso di vuoto che ad alcuni potrebbe causare “sgomento”. Mi piace starmene seduta alla mia scrivania, ascoltando musica o solo il respiro ed il ticchettio delle dita sulla tastiera, che concilia la continuazione del pensiero che si mescola a reale e fantastico, componenti primarie della mia stessa esistenza/resistenza.
Ho “versificato” i miei pensieri per la prima volta da piccolissima, era una poesiola sull’amore più che d’amore, ricordo perfettamente tutti i particolari di quel momento, i miei erano sdraiati sul letto della casa al mare a scambiarsi effusioni, io nella mia stanza. Avevo cinque anni e mi venne naturale scrivere di quell’immagine d’amore. In effetti si trattava di una serie di interrogativi dettati da curiosità e stupore verso quel sentimento che ancora non capivo. Il titolo era “che cos’è l’amore?”, ma il testo non lo trovo più, era un foglietto “rimasticato” e sarà finito bruciato in camino insieme a tutte le poesie e le fantasie scritte da ragazza ed adolescente.
Scrivere è trovare un momento di piena sintonia tra mondo esterno e mondo interiore, è come una magia, un incontro di sensi, pensiero, suoni che anche nel silenzio sento nella mente, come musica o come immagini reali. E’ un desiderio di continuità e di staticità, sì, è fissare il presente per il futuro e nello stesso tempo permettergli vita propria ed autonoma nel futuro acquisendo altre mille intonazioni, sfumature e pronunzie. Ricordo mio nonno seduto alla sua scrivania, sommerso di carte e libri ed una penna sempre in movimento su un foglio, l’ennesimo foglio. Non posso paragonarmi minimamente a lui, ma credo che questo estro sia dipendente dalla sua influenza su me e dal suo ricordo caro ed incancellabile. Quando scrivo spero sempre che mi legga, ovunque sia e - infantilmente - spero che sia orgoglioso di me.
La poesia è la più bella illusione, la finzione più reale e può avere mille forme, può essere impegno sociale, politico ed avere quindi uno scopo propedeutico o rivoluzionario, ma può essere anche solo conforto, svago, divertimento e sogno … in me è tutte queste cose insieme, perché non potrei vivere un aspetto della mia esistenza e del mio pensiero senza d’essa.
N.C.
Postato alle 21:21&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 06 maggio 2009
da: [
Emmeleia]
(Paolo Ventura)
dall’introduzione:
Una sequenza che è il cuore del film, che ne rappresenta il nucleo emotivo.
Questa definizione tecnica, attinente al cinema, ho ritenuto fosse un titolo perfetto per la raccolta di poesie che mi accingo a presentarvi.
Perché i testi di questa raccolta non sono che cortometraggi, raccontati nella loro scena madre. Cortometraggi che di volta in volta vedono per protagonista l’operaio, l’immigrato, il genitore, il figlio, la moglie, gli amici, l’artista. Le strade di paese, i palazzi illuminati delle città; il treno, i giardini e le piante che spuntano dai cancelli. La panetteria, il libretto dove il droghiere segnava il debito da saldare. La campagna, con i suoi ritmi naturali, strepitosi, brutali. L’amore, che ci accompagna dai banchi di scuola, fino alle sere stanche di lavoro.
Protagonista è quella volta che fummo costretti a partire, i pianti per i debiti, la malattia, la gioia di un parto, un nome da scandire bene all’anagrafe.
Protagonista è il copione scritto da chi non c’è più, sono le fotografie sparse per casa, il grigio nei capelli che viene, il silenzio di certe giornate amare; l’euforia dell’aver fatto bene l’amore.
Protagonisti sono i libri, la musica imparata a memoria, le dita di burro sulle corde della chitarra, le scarpe nuove.
A VOLTE T’AMO SENZA TOCCARTI
A volte t’amo senza toccarti
senza svegliarti
e dirti le voci dei bambini
che passano, e coi legni al cancello
fanno bella
la vita che li aspetta davanti
a volte è il pino
che manda quel profumo d’immenso
e di maestoso,
che mette l’ombra addosso al tuo posto
e ti fa scura,
tu che hai la pelle chiara
di margherita pura.
A volte t’amo senza toccarti,
l’ho già scritto,
ma tu lo saprai solo domani
ora consumi,
stai con la bocca aperta, per aria
i piedi fuori
da quel lenzuolo pieno di uccelli
e anche di te;
ora tu vai per mari
ed ulivi di paese,
ti compri un altro nuovo vestito
coi bottoni, le uova per tua madre
i biglietti per il treno.
PARENTI IN FRANCIA
Saluti dalla francia, minuscolo
ma si!
Chi ha terra dentro il sangue soltanto
fa così. M’immagino la mano tremare
il cuore suo
pompare come un treno a vapore.
Lui è là, dove il lavoro segue il suo corso
niente qui
lo tratteneva a tazze di grano mica sue;
di là c’è uno spettacolo d’autore, acrobazia
per braccia forti e denti più sani.
Lui di là
mi dice mangiar bene, ogni giorno
ed è così, che costruiremo casa per noi
ed è così, che quando gli occhi belli
lui metterà su me,
ricorderà la gonna aragosta
e il nome mio
OMAGGIO A TONINO GUERRA
Te, l’hai mai visto il Duomo?
Sincera, dimmi
te, che a malapena dici a memoria
due o tre vie;
le hai mai vedute le fiere, su
nel nord? Le costruzioni molli
di sabbia nel Sahel?
Il mare, dove dicono che Rosso è una magia?
Li hai mai veduti i fiumi di Francia
l’Albania
o i portuali a Genova scaldarsi in un caffé?
E le vetrine, e i chioschi addobbati a lotterie.
La Rinascente sotto Natale,
di, ti va, di fare un salto a un poco di mondo?
Io e te
a berci un cappuccino di sera, che follia
l’aperitivo olive e salame
o andar per vie, cercando chiese antiche
e madonne.
Quelle si, che le conosci in ogni paese
di, ti va?
“Scena madre” esce per la OTMA edizioni di Milano, via Cesariano 6
a questo link le informazioni per la presentazione ufficiale a Milano il 9 maggio.
Si tratta del terzo volume di Massino, richiedibile in qualsiasi libreria in Italia che ne faccia richiesta tramite fax all’editore stesso. Oppure acquistabile sul sito:

La mia poesia viene da lontano, e da molto vicino.
Mi spiego meglio: avevo circa 17 anni, quando buttai giù le prime rime di qualcosa che doveva, nelle mie ambizioni, somigliare a una canzone. Mi andava stretta quella decina di accordi imparati per scimmiottare la musica leggera di ogni tempo. Volevo qualcosa di mio, qualcosa su misura. Qualcosa che rappresentasse il mio modo di interpretare, e di rifiutare spesso, lo stato di cose esistente.
Nessun prototipo di cantautore impegnato, per carità; erano perlopiù lamenti per il tempo rapinato alle cose belle, all’amore, all’arte.
Ricordo che il primo testo parlava di Jan Palach (un giovane studente cecoslovacco che si diede fuoco per protestare contro l’invasione sovietica) delle speranze infrante di un ragazzo nel quale molti di noi si identificavano. Un testo che purtroppo ho perduto nei numerosi traslochi della vita.
Il servizio militare consolidò questa mia forma di “protesta” ma troncò anche bruscamente ogni tipo di ambizione artistica. Una forma leggera, fortunatamente, di depressione, mise a dormire per almeno altri venti anni la penna e anche l’inchiostro.
Circa otto anni fa, un altro episodio scatenante, risvegliò in me la necessità di fotografare nuovamente l’esistenza, con diversa consapevolezza e maturità, naturalmente sopravvenute.
La rete contribuisce non poco ad incoraggiarmi, l’interazione con altri utenti e lo stimolo che ne deriva, non fanno che tenermi unito al grande filo di una matassa poetica universale.
Questa necessità di scrivere che trovo in moltissimi amici, credo risponda a un’esigenza prima interiore, poi sociale. Riuscire a puntare l’attenzione su alcuni temi, anche apparentemente personali, quali l’amore, la malattia, la morte; può contribuire, anche solo di un poco, a farci sentire tutti meno deboli e soli.
M.B.
Postato alle 19:25&! nbsp;di& nbsp;domenica, 03 maggio 2009
da: [
Emmeleia]
(Giacomo Sferlazzo, About Pinocchio of Carmelo Bene, 2007)
Sono su
La dimora del tempo sospeso
Un grazie di cuore a Francesco Marotta.
Postato alle 21:13&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 30 aprile 2009
da: [
Emmeleia]

Old
Alle tredici
il mercato della frutta
puzza di cosa vecchia e
inacidita.
Intorno ai pomodori
c’è una roba bianca
che ad assaggiarla
si fanno gli occhi piccoli
e la lingua stretta
in mezzo ai denti.
Niente di che
sono solo cose andate a male.
Del resto anche io
ho un buco nuovo di zecca e
qualcosa come di ruggine.
Tutt'intorno.
Ruggine
E ci sarà davvero poco da ridere
succede ogni volta con te e
le saracinesche abbassate
zitte di silenzi.
Sembra la controra delle farfalle.
Qualcuna dorme i fianchi assolati del sole
una penombra di voci appena
e qualcuna si lascia scopare cagna
al primo fiore.
E ci sarà davvero poco
da ridere
per questo vuoto che ritrovo
vivo - travaglio di un grido che nasce
e sotto madonne che cercano il figlio.
Sarà che si perdono gli occhi
a scavare la ruggine .dagli occhi.
Shut
Il chiodo che ho nel cuore
non fa più sangue.
Si è fatto
una casa di ruggine
intorno - qualcosa che
se non mi muovo troppo
non fa più male.
Non fa più amore.
Non fosse per quel
vento bagnato dello scirocco
che entra e
gela neve sottocuore e
spegne ogni respiro.
Ed anche la voce.
da Francesca Pellegrino, Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni, 2009

(Paolo Ventura)
La mia poesia viene dalla mia casa, dalle mie strade, da tutte le voci che mi inseguono ogni giorno nel bel mezzo del traffico, mischiate dentro tutto l'invisibile che non arriva agli occhi. L'invisibile che si insinua nei profumi e nelle pieghe dei vestiti, quello che si nasconde dietro un muro alto, che ci stai davanti e sogni. Per questo spesso guardo in su. La mia poesia è l'ironia della realtà che si fa pioggia, polvere, ruggine, sulle cose che speriamo eterne.
E' il disincanto delle cose rotte - un caso come una speranza.
All'urgenza non si comanda, come per la fame e per la sete. Ero piccola, sui dodici anni e ricordo di aver iniziato ad avere due diari differenti: uno per le cose di tutti i giorni e l'altro per la poesia. Le conservo tutte - disordinata con le carte come sono - ma le ho tutte.
Io non so per gli altri, io scrivo perché non so neanche immaginare come sarebbe stare senza. E mi sono chiesta mille volte - perché ...
Tra le mille risposte che mi sono data da sempre, l'unica che mi ha convinto fin dentro ogni significato è che la Poesia è la più bella e grande consolazione del mondo. L'unico modo in cui io sono i miei occhi, la mia bocca ed il mio tutto - compreso la voce contralta che sa di scirocco e di sud.
F.P.
Postato alle 16:51&! nbsp;di& nbsp;sabato, 25 aprile 2009
da: [
Emmeleia]
Guido Pasolini
parte finale della poesia " Vittoria " , ricordo del fratello Guido, partigiano ucciso dai GAP, tratta da " poesia in forma di rosa "
Se ne vanno… Aiuto, ci voltano le schiene,
le loro schiene sotto le eroiche giacche
di mendicanti, di disertori… Sono così serene
le montagne verso cui ritornano, batte
così leggero il mitra sul loro fianco, al passo
ch'è quello di quando cala il sole, sulle intatte
forme della vita - tornata uguale nel basso
e nel profondo! Aiuto, se ne vanno! Tornano ai loro
silenti giorni di Marzabotto o di Via Tasso…
Con la testa spaccata, la nostra testa, tesoro
umile della famiglia, grossa testa di secondogenito,
mio fratello riprende il sanguinoso sonno, solo
tra le foglie secche, i caldi fieni
di un bosco delle prealpi - nel dolore
e la pace d'una interminabile domenica…
Eppure, questo è un giorno di vittoria.
Postato alle 22:35&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 23 aprile 2009
da: [
Emmeleia]
(Nadia Esposito)
[ Don Chisciotte ]
Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo!
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...
[ Sancho Panza ]
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...
[ Don Chisciotte ]
Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...
[ Sancho Panza ]
A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame!
[ Don Chisciotte ]
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...
[ Sancho Panza ]
Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il "capitale", oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero?
[ Don Chisciotte ]
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?
[ Insieme ]
Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte!
Postato alle 00:23&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 22 aprile 2009
da: [
Emmeleia]

*****
Scoppia l’incendio (ardo d’amore)
Le cosce delle palpebre
socchiuse
dorme la forma, appena sveglia, e poi
s’affaccia alla finestra
lieve
specchiandosi nel muro d’un palazzo
depilato
Fuori dal sogno
osservo l’universo manifesto
pubblicitario della mente
volta a creare
funamboli bisogni e sofferenze
S’annulla il mio sussurro nel clamore
baciando un’altra bolla di sapone
*
Cry of nature
Lambisco il seno della vita
tocco con mano pieghe umide di spirto
nell’agonia di distillare la Realtà
dall’irreale
Piove
M’aggrappo a questa goccia di tangibile
che pochi istanti fa non esisteva
eppure mi risponde in chat
che è già bagnata
Così mi torna in mente il quando in cui
brandisti l’illusione
schiantandomela in testa...
Perdita di coscienza
da segnalare ad un idraulico
*
Ritmo india_volato via
Mi sono fatto
un piccolo flauto di canna
e vago per le valli e le colline
fumando melodie
di strano aspetto
che poi raduno in un fagotto
e svendo per la strada
E mentre aspetto...
l’esteriorità del "suono"
*spesso*
nega l’evidenza
*
Aforismi e corollari sulla spiaggia
VII.
La felicità è la mezza stagione tra l’inverno passato e l’èstato.
XIV.
La mente crea il mondo:
ciò che non esisteva prima,
e che non esisterà dopo, non è reale.
Scansiamo quindi l’apparenza
e riscopriamo la Realtà
di ciò che non esiste nella mente.
*
Dissincronie (oh, l'acuto richiamo del tuo flauto!)
A volte
temo che la notte
termini prima che sia giorno
creando un alto baratro interrotto
Ma tu cammini, volitiva, e i tuoi bracciali
risuonano battendo calchi in controtempo
ognuno prima del seguente
prima che l’ora passi
E’ dunque in questo mai
che noi spicchiamo il salto
verso Aldilà più grandi
rendendo grazie addio
E’ in quest’amare magnum
che il pesce dello spirto
sazia la nostra fame
gettandosi rapito nella rete
*
Note Biografiche:
Siva Almhar, tra i più apprezzati poeti indiani contemporanei, fu raccolto neonato su una spiaggia di Bombay, nella Notte Mistica del 1968, da Kissath Chjlos, sacerdote della setta brahmanica Samaj. Il sant’uomo, impegnato nella contemplazione ascetica del dubbio oceanico, intuì un disegno divino e decise di adottare il bambino affidandolo alle cure della sua vecchia nutrice Baal Dracca. Già all’età di tre anni, Almhar fu iniziato dal padre ai testi metafisici brahmanici, come le Upanishad e alle poesie del mistico persiano, Lah Taparév. Per completare gli studi, Almhar si recò prima a Londra e poi all’Università di Bologna, dove si laureò in informatica con una tesi sulla scheda madre d’ogni computer, dal titolo “Almhar Mater Studiorum”. Qualche mese dopo, a Rimini, un’avventuriera lo sedusse rubandogli il portatile. Traumatizzato e orfano del palmhare, l’autore smarrì la propria identità, impegnandosi in un percorso a ritroso, alla ricerca delle radici. Tornò così in India, restando nascosto per meglio interpretare se stesso. Qualche anno più tardi, tuttavia, seppure continuasse a fare l’indiano, Almhar venne scoperto e pubblicato dalla casa editrice economica Ratanskabilith Librahma, gestita dal noto finanziere Ratan Delhmutui. Videro così la luce, in rapida sequenza, le raccolte di liriche “Sonar Atari, a Rabindranath Tagore binarian digression” (1994), rivisitazione informatizzata dell’opera del grande poeta indiano, premio nobel nel 1913, “Gitanjali Fuoriportah” (1996), sull’incanto della natura e del lardo di Colonnata, Wonder Brahmo” (1999) in cui la forza dell’amore porta in seno la vita e adempie ogni destino e “Aqua Raja and Painting Clouds” (2005) dove proprio il destino e il futuro s’incontrano nella vita d’ogni giorno, disvelando all’uomo mediante la tecnologia l’unica vera realtà virtuale. Dell’autore, sono recentemente usciti per Sellerio due raccolte di poesie; “Parole spiaggiate” (2006); “Affogamenti e a fiori” (2007).
******
Postato alle 18:38&! nbsp;di& nbsp;venerdì, 17 aprile 2009
da: [
Emmeleia]
|
« La poesia -
Ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano. »
|
|
WisĹ‚awa Szymborska, ‘Ad alcuni piace la poesia’, da La fine e l'inizio, Scheiwiller editore, traduzione di Pietro Marchesani
|
Da un po’ di tempo ho compreso finalmente il motivo che mi ha spinto incessantemente a cercare d’incontrare almeno una volta nella vita quella che reputo la più grande poetessa di sempre: Wislawa Szymborska
Tralasciando i cenni biografici e le note caratteristiche della sua vita mi soffermo ancor di più oggi sul senso e la direzione che la poetica e la scrittura di questo genio del secolo ha impresso alle parole in senso puro
Non vi è argomento che in maniera incantevole e sorprendente la Szymborska riesca a tramutare in sogni
voli attese speranze senza mai perdere la lucidità la presa delle lettere
Cerca la parola fin dalla sua composizione apparsa in anni segnati dalla guerra e si trascina in questa ricerca disperata ossessiva senza mai sentenziare sul come e dove cercando i frammenti di una realtà umana e al contempo profondamente nascosti
In un albero fiore casa pelle sogno domanda burrone
ogni parola, ogni spazio. Tutto sta, dove deve.
Così
La fine e l'inizio
Dopo ogni guerra
c'e' chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.
C'e' chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C'e' chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C'e' chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c'e' chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
Non e' fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono gia' partite
per un'altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C'e' chi con la scopa in mano
ricorda ancora com'era.
C'e' chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.
C'e' chi talvolta
dissotterrera' da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasportera' sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull'erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c'e' chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole
da Vista con granello di sabbia, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani.
Nei gesti quotidiani durante e dopo una guerra all’inizio di una nuova primavera al passaggio di un uccello oltre un immaginario confine ovunque si posa l’alone della perfezione dello stupore
Come nell’osservazione di un cielo da ovunque lo si guardi
Il cielo
Da qui bisogna cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un'apertura e nulla più,
ma spalancata.
Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva da sotto.
Persino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n'è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.
Friabili, fluenti, rocciose,
infuocate ed eteree,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cataste di cielo.
Il cielo è onnipresente
Perfino nel buio sotto la pelle.
Mangio il cielo, evacuo il cielo.
Sono una trappola in una trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta ad una domanda.
La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.
da Vista con granello di sabbia, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani
Domande in risposta ad altre domande abbracci del cuore il buio penetra la pelle stordisce rigenera crea vive
Da qui dovevo cominciare per descrivere un’attesa durata venti anni
Da come è cambiata la visione della vita dopo aver incontrato le sue parole per la prima volta
Vent’anni fa
c.
Postato alle 12:45&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 15 aprile 2009
da: [
Emmeleia]

da dentro il pozzo
una rana gracida
sogna l'oceano
***
navigo abissi
dove nessuno ancora
disse parola
***
hmm...dovrei scrivere
un' haiku su Rovigno?
...non mi va proprio.
***
s'è fatto giorno
della notte brandelli
bruciano al sole
***
chi grida aiuto
affoga più in fretta di
chi sa tacere
***
stupisce sempre
l'ebbrezza d'ogni attesa
...a cosa fatta.
***
la luna pesa
stasera piena come
i miei coglioni
***
mare di seta
sgualcito dalla brezza
riposi pago
da Alessandro Salvi, Piovono formiche carnivore e altre inezie, Aletti Editore, 2008.