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Mario Verdone: Un senso di eternitĂ 
Postato alle 21:03&! nbsp;di& nbsp;lunedì, 29 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

                                           (Giuseppe De Nittis)

...
GUIDO - E le donne... per te come sono? Cose reali?
GIOVANNI – Le donne... Bisogna vedere quali...
GUIDO – Quelle che hai amato tu, direttamente, e che poi sono scomparse dalla tua vita, quelle sono proprio come tutte le altre cose reali... Ma ci sono anche di quelle, non mie per esempio, ma di altri, che anche a ricordarle dopo tanto tempo pigliano sempre un senso di eternità...
GIOVANNI – Che vuoi dire?
GUIDO – Questo: sei mai stato attratto, tu, soltanto a sentirne parlare, dalle donne degli altri?
GIOVANNI – Io no...
GUIDO – E io sì, invece... O perlomeno ho avuto per queste donne una simpatia che era più che amicizia. Conoscevo soltanto le loro parole e il loro modo di amare. Ho avuto desiderio di incontrarle e di diventare loro amico.
          Nate, per me, dalle confidenze dei miei amici, scomparivano troppo presto e avrei voluto che per me continuassero a esistere... Più presto di loro, però, finiscono quasi tutte le cose reali, che sono state nostre o che ci hanno interessato. Quelle donne, invece, anche se ce ne ricordiamo dopo tanto tempo, pigliano sempre un senso di eternità.
GIOVANNI – Il motivo c’è. Frequentare qualcuno è sempre seguirne l’evoluzione, assistere a qualcosa che non si ferma, che cambia e che fluttua, che offre alcuni motivi di conferma e molti di cambiamento. Più spesso di cambiamento. Il quadro, invece, che te ne fa un altro, rimane fermo. Ecco perché è più facile cogliere in un quadro, o in un racconto, un senso di eternità.
[...]
 
 
Da Mario Verdone, ‘Davanti al ponte di ferro’, atto da camera, in Correre per vivere (Editoriale Sette, Milano)
 
 
La produzione letteraria di Mario Verdone include oltre a poesie, traduzioni e resoconti di viaggi, tutta un’opera che possiamo collocare nell’ambito del teatro da camera, di un teatro cioè pensato per piccoli ambienti, per una lettura da leggio o radiofonica, che si caratterizza per la brevità del testo e il numero ristretto dei personaggi. Kammerspiel è il termine con cui questo genere è conosciuto nei Paesi di lingua tedesca dove si è sviluppato con un repertorio molto ricco, contrapponendosi al teatro tradizionale per la sua natura lontana dalle logiche commerciali (il rifiuto del divismo in favore dell'equilibrio d'insieme). Così come per la musica da camera, ci troviamo di fronte a un genere che, pur proponendo per grandi linee la struttura di opere di respiro più ampio, non va considerato come minore ma come genere a sé. Infatti, nonostante si parli di teatro, ci troviamo di fronte a dei testi che hanno spesso una loro autonomia, che non si configurano in confini rigidi e si prestano a diverse possibilità di adattamento.  
[...]
Nonostante i  lavori di Verdone vadano dagli inizi degli anni Sessanta alla fine dei Novanta, compongono un’opera omogenea, in sè compiuta, caratterizzata da determinati elementi narrativi e stilistici. Emerge innanzitutto Siena (città dove l’autore ha vissuto fino all’età di ventiquattro anni)  come luogo privilegiato della rappresentazione i cui ambienti, ricreati nei dettagli, rivivono nei dialoghi dei personaggi. Si tratta di storie che hanno la famiglia come nucleo centrale di cui vengono evidenziati i moti interni dell'animo e le dinamiche psicologiche dei suoi componenti. Si avverte inoltre l’influenza del cinema nell’uso del flashback, di dialoghi brevi e concitati, e nel “montaggio” fluido dei vari quadri che proietta lo spettatore in diversi periodi di tempo (anche storici) oltre che in nuove situazioni drammatiche.
[...]
Davanti al ponte di ferro (1961) richiama a certe intuizioni di Pinter, abbiamo infatti dei personaggi in apparenza normali che si trovano a vivere situazioni inconsuete, mentre cercano di darsi delle risposte che rivelano soprattutto le loro insicurezze e fobie. Come in Federigo Tozzi, veniamo rapiti dal flusso dei pensieri e delle immagini del protagonista, un pittore il cui mondo sembra essere emanato dalla sua stessa tavolozza.
Quest’atto unico diviso in tre scene ha dei dialoghi più propriamente teatrali. Si sofferma sul non detto e le parole si caricano di significati diversi diventando indizi per possibili chiavi di lettura della storia che Giovanni, il protagonista, racconta all’amico Guido in una notte fredda a Roma. Il racconto di Giovanni, che approfitta della permanenza a Siena a casa di un suo zio per sedurre la moglie di lui, va oltre le implicazioni solite del classico triangolo. Non sembra essere la passione a muovere Giovanni quanto una sorta di noia esistenziale che lo porta, come in un gioco, a volersi disfare di tutto e di tutti, anche dello stesso zio da cui dipende economicamente. Forse tutto un gioco è la stessa storia di Giovanni che sembra confezionata apposta per Guido, in continua ricerca di storie altrui, capace di essere attratto da una donna «soltanto a sentirne parlare». Mentre le cose “reali” sono destinate a scomparire, come osserva Giovanni a proposito di un ponte che sta per essere demolito, le storie immaginate hanno invece una vita più duratura. Il fazzoletto dell’amata che Giovanni dà alla fine a Guido potrebbe non essere altro che un espediente per sbarazzarsi di Guido che saluta con un addio.
[...]
 
Abele Longo
 Da ‘Mario Verdone - Esegesi di un teatro da camera’ in Omaggio a Mario Verdone, a cura di Eusebio Ciccotti, giugno-dicembre 2008. Editore Longo (Ravenna).
 
 


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E' morto Mario Verdone
Postato alle 19:27&! nbsp;di& nbsp;venerdì, 26 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

 E' MORTO MARIO VERDONE  ALL'ETA' DI 91 ANNI.

Eusebio Ciccotti: "Con Mario Verdone se ne va un grande uomo. E il Novecento è finito davvero" .
    
Oggi 26 giugno alle ore 16 veniva a mancare a Roma, Mario Verdone, padre di Carlo Verdone. Eminente studioso del Novecento, poeta, drammaturgo e scrittore. Ho chiesto a caldo ad Eusebio Ciccotti, allievo, assistente e amico di Mario Verdone dal 1980, curatore di alcune sue opere e di un recente Omaggio a Mario Verdone (Longo, Ravenna) presentato in questo blog, un ricordo del suo maestro:
   
    Eusebio Ciccotti :  "Sono molto addolorato, l'ho sentito cinque giorni fa dalla clinica. Mi ha detto: 'Non è una cosa bruttissima ma neanche bella. Ti saluto con affetto, Eusebio' . E io di rimando: 'Ti aspetto a casa'.
   
    Abele Longo: Quale è stato il ruolo di Mario Verdone negli studi del cinema e dello spettacolo nel '900?
   
    E.C.:  Centrale. Studioso di tutte le arti, era amico di René Clair, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Manoel De Oliveira e tanti altri registi. E' stato un vero studioso comparatista, prima che la comparatistica venisse insegnata nelle univeristà. Sapeva collegare magistralmente le diverse arti sia a livello storico e stilistico che teorico.
   
    A. L.: Credi che la sua opera sia ancora da studiare a fondo?
   
    E.C. Sicuramente su Mario Verodne, nei prossimi anni ci saranno studi, tesi, libri e convegni, Molto è ancora da studiare della sua opera saggistica e creativa. Con la scomparsa di Mario Verdone finisce veramente il Novecento. Manoel de Oliveria lo ha definito un "fine studioso".
   
                                                                                                                     
                                                                                                                      Abele Longo
   
                                                                                 Londra-Roma, 26 giugno 2009, ore 19.00
   
 

 

 

 

 

Ciao Mario.

 

 


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R. Hoban, D. Andersen: Door
Postato alle 13:43&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 24 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

 

 


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Stefano Turi: A volte dimentico di scrivere i titoli
Postato alle 22:50&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 17 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 copertina

 

 

Nocturna
 
resterà una ruga, che so
una medaglia da offrire
quando tutti o quasi
tutti pronti a scappare tu vieni
a dirmi ma che ne sai dell'urlo del tempo
-che ne sai. Adesso corri, senza
farti pregare!
Arrampicati maniglie dislessiche la
castità di un portone, i padri a seguire
le madri in noncuranza di fiori e tu che ne sai
dei singhiozzi del mare,
di un temporale -che ne sai.
Da qualche parte c'è vita dicono
dei girasoli che non passeggiate di gambe
possibili solo torsioni
del cuore. L'importante è non
lasciarsi inseguire e su
e giù per i treni
catatonici le grandi città
sbirciate in scampo
al dormiveglia e che te ne fai
di un finestrino appannato,
di un sogno schiacciato -guardami bene
che te ne fai
di una giacca stirata il silenzio
si riconosce dall'abito buono.

Se questo mondo vuole andare
a dormire -dimmi
tu che ne sai.
 
Lacrima di riso in salsa jazz
 
coriandoli d'erba e un percorso
impreciso verso il quale scagliarsi:
destino di nuvola ai tuoi piedi
piove
forse fuori
piove il cielo si capovolge in assenza
di gravità e questa notte
avrà comodini non abbastanza
sicuri a sorreggere
palpitazioni

ma non è tempo -ancora
come vedi
non c'è spazio tra le matite
colorate dimettono sogni
in avanzo
di pasto dall'infanzia
e ricordo ben poco
delle fotografie o degli arcobaleni promettendoci
quante speranze affusolate in una
stretta di mano
in un bacio
un addio -ecco
sto parlando di te

nebbia che bevi pensieri
che hai trascinandoci collo spezzato il mento
già prenotato tra i palmi -ad ogni modo
ciascuno nel proprio maglione
di freddo e l'inverno l'inverno
a scucire
cicatrici di sole e indolenza
per i calendari

..non avessimo regole
da rispettare..

tra le foglie
blaterate dal vento
ti sorrido con gli occhi
l'ovvietà di un arrivo

E se questo fosse addio

 
sporco venerdì di fine
marzo e caramelle d'anima
scartate in corse
d'autobus serali,
masticando senza
mete probabili ma coerenti
nell'isterico ripetersi
capolinea/un posto
altrove

da queste parti nuvola
sputa nuvola e smista briciole
di cielo nelle tasche
di tabacco troppo
secco da rollare tra le
circa dieci
quasi mie
dita
inesistenti

beh -se questo fosse
addio, certamente lo direi
che non somiglia ai funerali
mascherati, poesie calpestate
da copioni per salotti
tra scrittori appena
nati purtroppo
ancora
forse troppo
vergini

e ti direi
che se fosse acrobazia ingravidare
di luna
questo cielo, ti porterei
indisturbato una bottiglia
collaudata sull' abisso
dei miei titoli
di coda che chiudendo
nel crepuscolo asfissiante
di un inverno hanno presto
imparato
a balbettare la parola
fine.
 
 
http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=133994
 

 

Presentandoti un io qualunque
 
Dentro queste stanze, si versano parole liquide da bere, come un invito all’ascolto, un’esortazione a guardare ciò che va oltre il solito scenario delle cose. L’autore è costretto dentro l’improbabilità di sapersi integro dentro questo frantumarsi di vita attorno che arriva a frammentargli il verso, in un’aberrazione che - a tratti lacerante - gli cerca uno spazio, quasi gridando.
 
In questa dimensione la sua poesia è urlo isolato, soffocato dentro pareti poco adatte a contenerne il peso: come fossero la casa di cartone di un clochard che vive funambolando la chimera di una libertà assoluta. Felice solo di esistere.
Un urlo di incondizionata preghiera di ascolto e comprensione, gridato dentro monologanti parole colloquiali, che lo isolano dal frastuono qualunquista della quotidianità.
Un urlo accartocciato dentro condizionali speranze di pace, con le quali “il nulla avrebbe di certo / scatole decenti / in cui poterci ospitare”, e che si scontra con lo stereotipo materiale della vita, aggravandogli il passo di un peso tanto più grande delle proprie forze, da invitarlo ad arrendersi.
Una resa come una sedia sulla quale riposare l’affanno di questa impotenza svilita. Disperando un qualche conforto dal cielo. 
 
La sua poesia è un treno che percorre traiettorie senza una destinazione definibile, un viaggio col solo bagaglio dei propri pensieri, su binari che vanno verso quel posto in cui finalmente trovarsi.
I finestrini sono lo specchio degli occhi, dove la vita scorre insieme a paesaggi e persone sempre diversi, vagoni come contenitori di anime che cercano soste fuori dal respiro viziato dei propri anni. Fermate e stazioni che sono il corpo di una frammentazione del verso che diventa gocciolante nelle chiuse, parole sospirate da un fiato corto e stanco che vorrebbe solo rifiatare la corsa, per poi riprendere il viaggio.
Un viaggio che è la vita, quindi, a te che leggi, “a te che affoghi gli occhi / cercando una ragione”, “siediti - sul crinale di queste parole”, ed ascolta quest’uomo.
 
 
di Francesca Pellegrino

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Rosaria Di Donato: a pierpaolo pasolini
Postato alle 17:05&! nbsp;di& nbsp;martedì, 16 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

 

pierpaolo non posso
stasera scrivere di te
ora devo dire
dei clandestini che affondano nel mare
 
commercio disumano
vite-mercescaduta scempio
genti condannate a non esistere
dall’abisso divorante di sabbia ed acqua
 
ma più abissale ancora
in questo tempo
di sviluppo tecnologico globale
la contraddizione
che uniti vede gli aggettivi
global e diseredato
che opposti vede i sostantivi
libertà e perduto
 
la morte non è sempre assassina
un angelo protegge i senzavolto
 
affondano nel mare clandestini
ma diseredati alla coscienza
tornano seppur sconfitti
 
la storia è loro
 
 
Rosaria Di Donato, da Lustrante d’acqua, Genesi Editrice 2008
 
 
http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/12/19/lustrante-dacqua-di-rosaria-di-donato/
http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/12/19/lustrante-dacqua-di-rosaria-di-donato/
 
 
 
 

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Pasolini: Alla mia nazione
Postato alle 06:11&! nbsp;di& nbsp;martedì, 16 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

 

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
 
 

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Danza a scherma (Salento)
Postato alle 15:07&! nbsp;di& nbsp;domenica, 14 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

 

Dopo quattro giorni parto da Napoli; fermata a Cajanello, nella caserma dei carabinieri; conosco i miei compagni di catena, che verranno con me fino a Bologna. Due giorni a Isernia, con questi tipi. due giorni a Sulmona. Una notte a Castellammare A., nella caserma dei carabinieri. Ancora: due giorni con circa sessanta detenuti. Vengono organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore; i romani improvvisano una bellissima accademia di recitazione, Pascarella e bozzetti popolari della malavita romana. Pugliesi, calabresi e siciliani svolgono un’accademia di scherma del coltello secondo  le regole dei quattro stati della malavita meridionale (lo Stato Siciliano, lo Stato Calabrese, lo Stato Pugliese, lo Stato Napoletano): Siciliani contro Pugliesi, Pugliesi contro Calabresi, perché tra i due Stati gli odii sono fortissimi e anche l’accademia diventa seria e cruenta. I Pugliesi sono i maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata secondo e per superare tutte le altre tecniche. Un vecchio pugliese, di 65 anni, molto riverito, ma senza dignità “statali”, sconfigge tutti i campioni degli altri “stati”; poi, come clou, schermisce con un altro pugliese, giovane, di bellissimo corpo e di sorprendente agilità, alto dignitario e al quale tutti obbediscono, e per mezz’ora sviluppano tutta la tecnica normale di tutte le scherme conosciute. Scena veramente grandiosa e indimenticabile, per tutto, per gli attori e per gli spettatori: tutto un mondo sotterraneo, complicatissimo, con una vita propria di sentimenti, di punti di vista, di punto d’onore, con gerarchie ferree e formidabili, si rivelava per me. Le armi erano semplici: i cucchiai, strofinati al muro, in modo che la calce segnava i colpi nell’abito.
 
 
Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 11 aprile 1927.
 

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Carmelo Bene: Non esistere
Postato alle 01:48&! nbsp;di& nbsp;sabato, 13 giugno 2009
da: [Emmeleia]

  

 

 
“Solo contro tutti, Carmelo Bene era consapevole di non esistere, davanti ad una massa davvero inesistente, ma convinta di esistere. Una massa informe che, come un cane di Pavlov, applaudiva quando Bene, ad esempio, inveiva contro le tasse, si bloccava perplessa quando, dopo l’applauso, Bene si scagliava contro “Le non tasse”, e rumoreggiava quando i sacri luoghi comuni della famiglia, della vita e della democrazia venivano calpestati e ridotti a ciò che sono: parole, incantesimi, fatalità millenarie.”
Fabrizio Ponzetta
 
 

 

 


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Guillaume Apollinaire: Se morissi laggiĂą...
Postato alle 01:16&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 11 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

calla

Se morissi laggiù al fronte dell’armata
Tu piangeresti un giorno oh Lou mia beneamata
E poi il ricordo di me si spegnerebbe come muore
Una granata che esplode sul fronte dell’armata
Una bella granata simile alle mimose in fiore
 
E poi quel ricordo esploso nello spazio
Coprirebbe del mio sangue il mondo intero
Il mare i monti le valli e la stella che passa
Mentre i meravigliosi soli maturerebbero nello spazio
Come fanno i frutti d’oro intorno a Baratier
 
Dimenticato ricordo vivente in ogni cosa
Arrossirei la punta dei tuoi graziosi seni rosa
Arrossirei la bocca e i tuoi insanguinati capelli
Tu non invecchieresti affatto tutte queste belle cose
Ringiovanirebbero sempre grazie ai loro amorosi destini
 
Il fatale spruzzo del mio sangue sul mondo
Darebbe al sole più viva lucentezza
Ai fiori più colore più velocità all’onda
Un amore inaudito scenderebbe sul mondo
L’amante sarebbe più forte nel tuo corpo allargato
 
Lou se muoio laggiù ricordo che si oblia
-Ricordatene a volte nei momenti di follia
Di giovinezza d’amore e di scintillante ardore –
Il mio sangue è la fontana ardente della felicità
E sia la più felice essendo la più bella
 
O mio unico amore e mia grande follia
 
                                30 gennaio 1915
 
 
Guillaume Apollinaire, Gli amori (Mondadori)
 

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Carmelo Bene: Cos’è il Teatro?
Postato alle 19:51&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 10 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

 

 

“Nulla esiste e, ammettendo che esista, non potremmo conoscerlo, e se ci fosse possibile conoscerlo, non avremmo alcun modo di comunicarlo. Suona così nei secoli dei secoli il ceffone di Gorgia a quel Parmenide che ha inventato l'essere, identificato con il pensiero.... Ho in orrore parola e pensiero, e non soltanto perché mascherato sotto gli sghignazzi, smorfiato l'autoinganno, l'errore, ma parola e pensiero intesi proprio in quanto illustrazioni-immagini."
C.B.

 


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Enzo Campi: Senza titolo
Postato alle 09:01&! nbsp;di& nbsp;martedì, 09 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

                                                       Eva Eun-Sil Han
 
 
Non ho lucori
in vita
se non ariosi gesti
in cui rischiare
l’asfissia
e solo
vango
zolla a zolla
le stasi
a delinquere
degli immoti spazi
 
Poco più che altero
vago
vacuo
per chiavi ignave
senza dare fiato
al vento
e il tempo schiuma
l’ombra violata
del limo
in cui condursi
al fondo
 
Cedo al fumo
la traccia che si dissolve
senza aspirare al fuoco
e vengo
al vano
che rigenera
l’ignoto
 
Non ho un credo
in cui svilire
il dogma
se non l’atto inconcluso
di un canto tarpato
e ancora
sogno
metro a metro
il perpetuo moto
in cui sfrangiare
il luogo
 
Poco più che austero
dipingo l’iniquo
per grovigli di piani
e la linea madre
si maschera
nella follia
dell’inespresso
 
Sento il suono
del segno
inciso
ferro a ferro
sull’andirivieni
del corpo
che s’apre
al livore obliquo
della rassegnazione
e invoco l’alba
per attendermi
sulla soglia
e consegnarmi
al pasto dell’incomprensione
 
 
 
 
 


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Ciprì & Maresco: Il commiato funebre di Totò che visse due volte
Postato alle 00:37&! nbsp;di& nbsp;lunedì, 08 giugno 2009
da: [Emmeleia]
Sono su Filosofi per caso
Ciprì & Maresco: Il commiato funebre di Totò che visse due volte

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Stefano Giorgio Ricci: Pareidolia
Postato alle 22:01&! nbsp;di& nbsp;giovedì, 04 giugno 2009
da: [Emmeleia]

 

 

                 (Angelo Maggi)

Vita

Se indaghi, in me,
l’uomo che sono
non dare peso alle parole;
non leggere la storia stinta
d’appuntamenti straziati;
non cedere alle crudezze
della voce…

quando l’ultimo fumo
dell’ennesima sigaretta
sarà svanito nei tuoi occhi,
scavalcando i desideri dell’anima,
gratta via la crosta adulta
cerca il bambino,
i suoi progetti d’allegria,

…cerca l’innocenza
che non hai potuto inquinare.



Poeta laureato

Sapienza tecnica,
nella versificazione dell’anima,
calibrato ritmo di variazioni:
sequenza di quinario – sinopia
di alessandrino – endecasillabo ipometro.

Ma le discese, devastanti, nell’inferno
dei vivi? E i feticci di carne degli schermi
televisivi? E le anime dolenti, di monotoni
ipermercati? E tu, i tuoi sentimenti, gli
appuntamenti mancati?

Nel bello scrivere, certo,
il cilestrino ha maggior fascino
dell’azzurro pallido ma, forse, la centrifuga
del sentimento si dirozza nel beat, si
graffia nel jazz e nel sorriso di bambino
d’un poeta naif.



Sul foglio del mare

Sul foglio del mare, il vento scrive
un racconto di virgole candide,
l’occhio disegna emozioni composte
e sono disteso presso il prodigo sole.

E’ giunto
il tempo di rompere i sigilli,
non respira, la rena
di frammenti di quarzo.

Non ti penso, invento
luoghi e situazioni ma
sento su di me, vago
il peso della tua assenza.

Sullo spartito del mare, il vento scrive
argentei suoni bizzarri, e
ti penso splendente, fra le mie braccia,
nell’abbandono di desideri appagati.



Nostalgia

Scorre il tempo,
azionando una noria
crudele che versa
illusioni seriche in
lobi epilettici.

…e nasce un germoglio
gelido dal nucleo
inerme dell’anima,
dove modiglioni ossidati
perdono memoria
dell’abbraccio
dell’ultimo roseto.


img018

Dalla prefazione di Flavia Weisighizzi:
Pareidolia. Piccole immagini fioriscono all’interno di queste pagine,  immagini reali o mentali che si alternano, andando a costruire un album di ricordi frammentari e limpidissimi, vividi nella loro lucente bellezza. La poesia di Stefano Giorgio Ricci nasce in questo contesto, che richiama alla memoria, almeno nell’intenzione, gli Idilli  di leopardiana matrice, in questa atmosfera intellettuale che si muove nello spazio del ricordo. E il ricordo è in effetti  uno dei momenti chiave di questa poesia, il ricordo che diventa strumento necessario per approcciarsi alla
realtà. Ed è necessaria e richiesta dallo stesso autore la partecipazione emotiva, l’interpretazione della realtà  rivissuta attraverso il suo ricordo, perché con il termine Pareidolia l’autore si riferisce direttamente a tutte quelle immagini che i nostri occhi credono di vedere. Che sia il volto di donna su Marte, il coniglio sulla Luna, o il demone delle Torri Gemelle, quel che conta è l’interazione tra il mondo esterno ed il nostro cervello. O, in altre parole, l’illusione. E l’amore è forse la prima di queste illusioni, quella di amare, ma anche quella di essere amati e di poter sconfiggere, attraverso l’amore, la più terribile delle paure: la solitudine.


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Vincenzo Mastropirro: Tretìppe e Martìdde
Postato alle 10:04&! nbsp;di& nbsp;martedì, 02 giugno 2009
da: [Emmeleia]

   ciardolamondadegliulivi                  (Vincenzo Ciardo)

 
 
Me vaite ind’a nu fiàure de carte
forte e coloròte.
Stoche chiandòte ind’a la tìerre
‘nanze a la tòmbe d’attaneme
ca se sté a pisciò sòtte da re resòte.
L’addemanne: “peccè stè a réire?”
ed idde la spicce subete.
Senza parlò vogghje sdradecamme e scappò
ma m’arrecùorde ca nan’ pùozze.
U terrene me mange a picche a picche
la paghiure me pigghje ma
pe fertìune m’arrecùorde d’esse nu fiàure de carte
e nan’ pozze meréje.
Mò capisce re resòte d’attàneme.
 
 
[Mi ritrovo in un fiore di carta / forte e colorato. // Sono piantato nella terra / davanti alla tomba di mio padre / che si sta scompisciando dalle risate. // Gli domando: ”perché ridi?” / e lui smette immediatamente. // Senza parlare vorrei sradicarmi e scappare / ma mi accorgo che non posso. // Il terreno mi ingoia a poco a poco / il terrore mi assale ma / per fortuna ricordo di essere un fiore di carta / e non posso morire. // Ora capisco le risate di mio padre.] 
 
* 
 
La parola giùste è stetò.
Nesciùne ‘ngéine ind’ u cile è stòte ‘nvendòte
la prove è la cadìute irresistìbile de l’angele
ca’ cadene ‘ndìerre cume chelumere sfatte.
R’illussiòne s’allundànene sembe de cchjue
nan’ ne remone ‘ca la finta resòte
metténne la tavue estive, addò ‘nu ‘bbune piatte
de gronegréis-patòne-e-cùozze
spénge abbasce u ‘muzzeche amòre du delàure.
 
 
[Il verbo giusto è spegnere.
Nessun gancio nel cielo è stato inventato / la riprova è la caduta irrefrenabile degli angeli / che si schiantano a terra come fioroni sfatti. // Le chimere si allontanano sempre più / non ci rimane che la finta allegria / apparecchiando la mensa estiva, dove il magnifico piatto / di riso-patate-e-cozze / spinge giù l’amaro boccone del dolore.]
  
* 
 
Nan’ so abetuòte a lavamme assè.
U addàure naturòle ca tenghe ‘ngùdde
è cume u addàure de la scorze de pòne
tanne tanne sfernòte da Masìne-u-fernòre.
Mò, ste a vìue
adenò re meddèiche da sàupe a la tevagghje
assapràmme a picche a picche
pe vedàje chere ca sò e chere ca so stòte
senza dèisce na paròle
senza dèisce proprie nùdde.
 
 
[Non sono abituato a lavarmi molto.
L’odore naturale che ho addosso / è come l’odore della crosta di pane / allora per allora sfornato da Masino il fornaio. // Ora sta a voi / raccogliere le briciole dalla tovaglia / assaggiarmi a poco a poco / per scoprire quello che sono e quello che sono stato // senza dire una parola / senza dire proprio niente.] 
 
*
 
So prevòte a salvò pizze de munne
mettìennue ind’ a chire scequarìdde
fatte cume re padde de vitre
chere ca quanne l’aggire e vulte
asciènne la nàive.
Tutte so prevòte a salvò
nan’ velaje allassò proprie nudde.
Pigghje da dò… pigghje da dà…
e u munne se ne venaje a pizz’ pizz’
ch’ere ‘na bellìezze.
U paèise meje è stote u cchjù difficile da salvò
specialmìende da re vanne a do àvete eje…
cume se dèisce… ‘do ‘bbasce… au Sud!
Dà, la gente nan’ velaje
ca teccuàje proprie nudde
quòse quòse me ne sciàje careche de mazzòte.
So penzòte…
nan’ sacce peccè, ma niue, ‘ddo ‘bbasce
òmme decise de cambò acchessì mòle
anche quanne u Segnore n’è dote l’opportunetò
d’esse espùoste ind’u Paravèise
tenute cume le gingille, cume re d’aure.
 
 
[Ho provato a salvare pezzi di mondo / mettendolo in quei giocattoli / a forma di palle di vetro / quelle che quando le rivolti / scende la neve. // Tutto ho provato a salvare / non volevo lasciare proprio niente. // Prendi di qua…prendi di là… / e il mondo si staccava a pezzi a pezzi / ch’era uno splendore. // Il mio paese è stato il più difficile da salvare / specialmente dalle parti dove abito io… / come si dice …qui giù…al Sud! // Lì, la gente non voleva / che toccassi proprio niente / quasi quasi me ne andavo carico di botte. // Ho pensato… non so perché, ma noi, qua giù / abbiamo deciso di vivere così male / anche quando il Signore ci ha dato l’opportunità / di essere esposti in Paradiso / tenuti come gingilli, come oro.]  
 
* 
 
Quànne code la nàive
arrevuògghje tòtte re percuarèje du munne.
Sole re làpede de le vicchje
ìessene da u mante
a testimùonie de chere ca petai ìesse
e nan’ è me stòte.
E’ mègghje ca la nàive
pigghje u sopavvìnde
fin’ad arrevegghjò totte
re quindòle e quindòle de carne sfàtte.
 
 
[Quando cade la neve / copre tutte le porcherie del mondo. // Solo le lapidi degli avi / affiorano dal manto / a testimoniare quello che poteva essere / e non è mai stato. // E’ meglio che la neve / prenda il sopravvento / fino a coprire tutti / i quintali e quintali di carne sfatta.]
 
 Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e Martìdde. Questo e quell’altro, prefazione di Luigi Metropoli, nota critica di Francesco Marotta, Roma, Giulio Perrone Editore – Divisione LAB, collana “Uranò”, 2009.
 
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Note
Il dialetto è quello parlato a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari.
Il titolo tretippe e martidde è un modo di dire locale pressoché intraducibile, una sorta di onomatopea, un rullo di tamburo, come per dire …questo e quest’altro.
Note per la lettura
La e senza accento si legge alla francese cioè muta.
La è con l’accento si legge così com’è.
Il dittongo ìe si legge così com’è.
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Capita sempre più raramente di leggere testi di questo spessore, capaci di ingenerare a ogni approccio un coinvolgimento emotivo e intellettuale tanto profondo e "radicale".
La capacità, che emerge dirompente in alcune liriche, di ricreare, attraverso l'utilizzo in chiave antiretorica del lessico delle radici, una "lingua bambina" in grado di ri-definire, ri-plasmandoli,
i lineamenti delle cose, è la nota più evidente di questa scrittura oltremodo affascinante.
In essa, infatti, la “lingua-madre” delle radici, più che cristallizzare le immagini per preservarsi in forma di icona, le anima di un movimento vorticoso nel quale sembra ad ogni istante dissolversi, ma dal quale emerge, a barlumi, il volto albeggiante di tutto ciò "ca petai ìesse". In queste liriche brilla, intensamente, l'epifania di un mondo fermato dallo sguardo nel suo non-ancora, prima di essere parte del reale che illumina con la sua stessa assenza, con la memoria di quanto fu negato: il "miracolo" della poesia: quando accade.
 
Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell'ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a precostituire, in funzione "soterica", un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante. E’ una lingua, quindi, che cerca il "contrasto" per crearsi spazi di esistenza autonomi, e che dal contrasto (ad esempio con gli "inserti" di una lingua omologante, letteraria o quotidiana che sia) esce rafforzata, vitale nella sua convinzione di poter dare volto all'inespresso - perché non ancora -, o all'inesprimibile - perché già stato o mai stato -.
 
Francesco Marotta
 
 
 

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