Postato alle 17:22&! nbsp;di& nbsp;martedì, 12 maggio 2009
da: [
Emmeleia]

(Tina Modotti)
Salsedine
Non temo il pianto
in un velo di ruvida salsedine
tra ciglia e cime annodate
d’un marinaio senza stelle.
Nelle vele rigonfie
d’una infruttuosa giornata di pesca
coltivo le parole
degli spasmi e delle spire
d’un polipo sbattuto
fresco di mare e nervatura caparbia
in un morso di vita.
Scirocco
Qui non arriva neve a piovere sul mare
l’acqua affoga le radici,
il sale insaporisce la salivazione.
In un sorso mezzo vuoto
sciolgo i sensi alla ragione:
non scorre più il sangue,
anch’esso s’aggruma al sole.
Nuda nei miei passi
solo scirocco tra i capelli.
La cutrettola
Dischiuse le palme dissetino l'arsura,
non c'è risveglio più dolce
che nella brina tra le foglie.
Rimango all'ombra del glicine a fissare
l'arcobaleno che fiorisce tra le dita.
E' una coppa frizzantina
l'offerta dell'incanto
nel cinguettìo dell'alba a primavera.
Fresas de Abril
Oltre i no e forse o però
rinchiusi nelle parentesi sui fianchi del sogno
l’amore ci guida entro fenditure d’oblìo
al richiamo stridulo d’un gabbiano
d’un inverno che non lascia il passo
al tiepido tempo d'un noi
- carnoso frutto e fiore -
nel piumaggio d’un pettirosso infreddolito
si raccoglie il cinguettìo della gola degli amanti
nel bacio rubato alle fragole d’aprile.

La solitudine è per me un angolo di pace, mi piace chiudermi nel guscio del silenzio e coltivare pensieri e sogni senza doverli per forza condividere con i rumori del giorno. Che poi la solitudine non è mai assoluta, poesia e scrittura ne annullano in parte quel senso di vuoto che ad alcuni potrebbe causare “sgomento”. Mi piace starmene seduta alla mia scrivania, ascoltando musica o solo il respiro ed il ticchettio delle dita sulla tastiera, che concilia la continuazione del pensiero che si mescola a reale e fantastico, componenti primarie della mia stessa esistenza/resistenza.
Ho “versificato” i miei pensieri per la prima volta da piccolissima, era una poesiola sull’amore più che d’amore, ricordo perfettamente tutti i particolari di quel momento, i miei erano sdraiati sul letto della casa al mare a scambiarsi effusioni, io nella mia stanza. Avevo cinque anni e mi venne naturale scrivere di quell’immagine d’amore. In effetti si trattava di una serie di interrogativi dettati da curiosità e stupore verso quel sentimento che ancora non capivo. Il titolo era “che cos’è l’amore?”, ma il testo non lo trovo più, era un foglietto “rimasticato” e sarà finito bruciato in camino insieme a tutte le poesie e le fantasie scritte da ragazza ed adolescente.
Scrivere è trovare un momento di piena sintonia tra mondo esterno e mondo interiore, è come una magia, un incontro di sensi, pensiero, suoni che anche nel silenzio sento nella mente, come musica o come immagini reali. E’ un desiderio di continuità e di staticità, sì, è fissare il presente per il futuro e nello stesso tempo permettergli vita propria ed autonoma nel futuro acquisendo altre mille intonazioni, sfumature e pronunzie. Ricordo mio nonno seduto alla sua scrivania, sommerso di carte e libri ed una penna sempre in movimento su un foglio, l’ennesimo foglio. Non posso paragonarmi minimamente a lui, ma credo che questo estro sia dipendente dalla sua influenza su me e dal suo ricordo caro ed incancellabile. Quando scrivo spero sempre che mi legga, ovunque sia e - infantilmente - spero che sia orgoglioso di me.
La poesia è la più bella illusione, la finzione più reale e può avere mille forme, può essere impegno sociale, politico ed avere quindi uno scopo propedeutico o rivoluzionario, ma può essere anche solo conforto, svago, divertimento e sogno … in me è tutte queste cose insieme, perché non potrei vivere un aspetto della mia esistenza e del mio pensiero senza d’essa.
N.C.
Postato alle 21:21&! nbsp;di& nbsp;mercoledì, 06 maggio 2009
da: [
Emmeleia]
(Paolo Ventura)
dall’introduzione:
Una sequenza che è il cuore del film, che ne rappresenta il nucleo emotivo.
Questa definizione tecnica, attinente al cinema, ho ritenuto fosse un titolo perfetto per la raccolta di poesie che mi accingo a presentarvi.
Perché i testi di questa raccolta non sono che cortometraggi, raccontati nella loro scena madre. Cortometraggi che di volta in volta vedono per protagonista l’operaio, l’immigrato, il genitore, il figlio, la moglie, gli amici, l’artista. Le strade di paese, i palazzi illuminati delle città; il treno, i giardini e le piante che spuntano dai cancelli. La panetteria, il libretto dove il droghiere segnava il debito da saldare. La campagna, con i suoi ritmi naturali, strepitosi, brutali. L’amore, che ci accompagna dai banchi di scuola, fino alle sere stanche di lavoro.
Protagonista è quella volta che fummo costretti a partire, i pianti per i debiti, la malattia, la gioia di un parto, un nome da scandire bene all’anagrafe.
Protagonista è il copione scritto da chi non c’è più, sono le fotografie sparse per casa, il grigio nei capelli che viene, il silenzio di certe giornate amare; l’euforia dell’aver fatto bene l’amore.
Protagonisti sono i libri, la musica imparata a memoria, le dita di burro sulle corde della chitarra, le scarpe nuove.
A VOLTE T’AMO SENZA TOCCARTI
A volte t’amo senza toccarti
senza svegliarti
e dirti le voci dei bambini
che passano, e coi legni al cancello
fanno bella
la vita che li aspetta davanti
a volte è il pino
che manda quel profumo d’immenso
e di maestoso,
che mette l’ombra addosso al tuo posto
e ti fa scura,
tu che hai la pelle chiara
di margherita pura.
A volte t’amo senza toccarti,
l’ho già scritto,
ma tu lo saprai solo domani
ora consumi,
stai con la bocca aperta, per aria
i piedi fuori
da quel lenzuolo pieno di uccelli
e anche di te;
ora tu vai per mari
ed ulivi di paese,
ti compri un altro nuovo vestito
coi bottoni, le uova per tua madre
i biglietti per il treno.
PARENTI IN FRANCIA
Saluti dalla francia, minuscolo
ma si!
Chi ha terra dentro il sangue soltanto
fa così. M’immagino la mano tremare
il cuore suo
pompare come un treno a vapore.
Lui è là, dove il lavoro segue il suo corso
niente qui
lo tratteneva a tazze di grano mica sue;
di là c’è uno spettacolo d’autore, acrobazia
per braccia forti e denti più sani.
Lui di là
mi dice mangiar bene, ogni giorno
ed è così, che costruiremo casa per noi
ed è così, che quando gli occhi belli
lui metterà su me,
ricorderà la gonna aragosta
e il nome mio
OMAGGIO A TONINO GUERRA
Te, l’hai mai visto il Duomo?
Sincera, dimmi
te, che a malapena dici a memoria
due o tre vie;
le hai mai vedute le fiere, su
nel nord? Le costruzioni molli
di sabbia nel Sahel?
Il mare, dove dicono che Rosso è una magia?
Li hai mai veduti i fiumi di Francia
l’Albania
o i portuali a Genova scaldarsi in un caffé?
E le vetrine, e i chioschi addobbati a lotterie.
La Rinascente sotto Natale,
di, ti va, di fare un salto a un poco di mondo?
Io e te
a berci un cappuccino di sera, che follia
l’aperitivo olive e salame
o andar per vie, cercando chiese antiche
e madonne.
Quelle si, che le conosci in ogni paese
di, ti va?
“Scena madre” esce per la OTMA edizioni di Milano, via Cesariano 6
a questo link le informazioni per la presentazione ufficiale a Milano il 9 maggio.
Si tratta del terzo volume di Massino, richiedibile in qualsiasi libreria in Italia che ne faccia richiesta tramite fax all’editore stesso. Oppure acquistabile sul sito:

La mia poesia viene da lontano, e da molto vicino.
Mi spiego meglio: avevo circa 17 anni, quando buttai giù le prime rime di qualcosa che doveva, nelle mie ambizioni, somigliare a una canzone. Mi andava stretta quella decina di accordi imparati per scimmiottare la musica leggera di ogni tempo. Volevo qualcosa di mio, qualcosa su misura. Qualcosa che rappresentasse il mio modo di interpretare, e di rifiutare spesso, lo stato di cose esistente.
Nessun prototipo di cantautore impegnato, per carità; erano perlopiù lamenti per il tempo rapinato alle cose belle, all’amore, all’arte.
Ricordo che il primo testo parlava di Jan Palach (un giovane studente cecoslovacco che si diede fuoco per protestare contro l’invasione sovietica) delle speranze infrante di un ragazzo nel quale molti di noi si identificavano. Un testo che purtroppo ho perduto nei numerosi traslochi della vita.
Il servizio militare consolidò questa mia forma di “protesta” ma troncò anche bruscamente ogni tipo di ambizione artistica. Una forma leggera, fortunatamente, di depressione, mise a dormire per almeno altri venti anni la penna e anche l’inchiostro.
Circa otto anni fa, un altro episodio scatenante, risvegliò in me la necessità di fotografare nuovamente l’esistenza, con diversa consapevolezza e maturità, naturalmente sopravvenute.
La rete contribuisce non poco ad incoraggiarmi, l’interazione con altri utenti e lo stimolo che ne deriva, non fanno che tenermi unito al grande filo di una matassa poetica universale.
Questa necessità di scrivere che trovo in moltissimi amici, credo risponda a un’esigenza prima interiore, poi sociale. Riuscire a puntare l’attenzione su alcuni temi, anche apparentemente personali, quali l’amore, la malattia, la morte; può contribuire, anche solo di un poco, a farci sentire tutti meno deboli e soli.
M.B.